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“… di design”

19 settembre 2011 07:42 2 comments , , , ,

 

Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo sentito dire “… di design”? Quanto fa figo postporre la definizione “… di design” a qualsiasi cosa? Quanto questo atteggiamento ha danneggiato il vero significato del termine?

Queste tre domande mi girano nella testa da anni ed ora, brevemente, cercherò di riassumere qui le mie osservazioni a riguardo.

Ormai sentir dire “… di design” in televisione è diventato quasi un mantra, una ripetizione pressoché ipnotica della stessa parola associata a qualsiasi oggetto, servizio o non meglio identificato prodotto da vendere. Si, da vendere, perché la definizione “… di design” ha ormai l’accezione di “qualcosa che devi possedere”, al di là di cosa sia o del perché. Definire qualcosa “… di design” identifica questo qualcosa come uno status symbol che il consumatore deve possedere assolutamente, perlomeno fin quando non sarà, dallo stesso tipo di mercato, definito obsoleto. Quindi la definizione “… di design” altro non è che un espediente per renderci appetibile un prodotto e, in qualche assurdo modo, giustificarne un costo maggiore rispetto ad un prodotto NON “… di design”.

Ma cosa vuol dire questo? Può veramente esistere un prodotto che non sia “… di design”?

Poco tempo fa ho trovato una frase in una rivista di arredamento di larghissima distribuzione (in pratica un contenitore pubblicitario) che recitava: “Stile. Classico, romantico o design?”. Ma che è diventato uno stile il design?

Capite dove è l’errore? Si è perso completamente il senso della parola Design. Questa parola, per quanto somigli molto alla parola disegno e per questo talvolta è stata tradotta così anche in ambiti importanti (es. disegno industriale), in realtà significa Progetto. Fare design, quindi, significa avere coscienza della cultura del Progetto, progettare le cose, attraverso la ricerca, l’innovazione, al fine di portare alle masse, grazie alle possibilità dell’industria (per quel che riguarda i prodotti), un messaggio di sviluppo, una funzione innovativa, uno studio che cambi l’approccio ed il modo d’uso di un prodotto, insomma, un messaggio culturale in genere.

Questo termine snaturato ha, invece, generato dei mostri fino a trasformare il design in mero stile (stile design da contrapporre allo stile minimal o romantico), ottenendo molti risultati deleteri soprattutto per la figura dei progettisti che, da ricercatori, creativi, esploratori, si sono ridotti a stilisti capricciosi, all’occhio della massa e, purtroppo, anche delle aziende.

La perdita di valore di questo termine è tale da poter permettere a chiunque di legare questa definizione a qualsiasi termine senza per questo sentirsi in torto. Per esempio, il “design innovativo” è o non è una contraddizione in termini? Il Design deve essere sempre innovativo per definizione, altrimenti sarebbe solo una copiatura. Oppure il suggerire di acquistare un prodotto perché “… di design” è ridondante visto che, essendo un prodotto industriale, qualcuno dovrà averlo progettato quindi ha sempre un progetto alle spalle. Non entro, in questo frangente, nella disquisizione sul buon design e sul cattivo design, o sull’arroganza di molti impreparati progettisti che credono di potersi definire designer solo perché scimmiottano uno stile personale ed artistico, ma ne parleremo. Ora mi interessa che si ridia, almeno per chi è interessato a questo tema, il giusto valore a questo termine.

Progettare qualcosa è un procedimento molto più complesso dell’inventarsi uno stile e ripeterlo su qualsiasi cosa si faccia. Il progetto ha legami importanti con la società in cui si vive, è fatto di empatia verso il mondo, di innovazione, come dicevamo, e soprattutto di cultura. Tutto quello che  progettiamo, infatti, che sia un oggetto, un sito, un logo, un vestito, uno yacht, una fotografia, un film, una manovra finanziaria, tutto rimane agli altri come “testo”. Con questo termine intendo che quello che facciamo rimane come riferimento alle persone che ci conosceranno, che vivranno il nostro tempo ed a quelle che verranno dopo di noi. Quando qualcuno, in futuro, troverà molti, inutili, “junk products” cosa penserà secondo voi della nostra civiltà?

Il Design può molto in questo senso, potrebbe tornare ad essere elemento di ricerca e sviluppo per le aziende, come lo è stato negli anni ’50 e ’60, quando gli imprenditori davano fiducia a giovani progettisti che poi hanno fatto la loro fortuna. Il Design può tanto, in merito alla sensibilizzazione delle persone rispetto a temi importanti che riguardano l’intera società civile (eco-design, design sostenibile, design-for-all).

Il Design, insomma, può molto ma, affinché si possa iniziare un nuovo ciclo, sono i progettisti, tutti, a doversi interrogare sull’importanza del loro ruolo. Finché i progettisti non si renderanno conto dell’importanza del loro lavoro, non solo nel senso commerciale del termine, sarà difficile mostrare a chi non si è mai avvicinato alla progettazione, quale sia questa importanza, quale sia il reale ed inconfutabile valore del progetto.

 

2 Comments

  • sono pienamente daccordo con te Angelo! potrei solo aggiungere che, per tutti gli addetti ai lavori e non solo, sarebbe opportuno ogni giorno rileggere le lezioni lasciate da un maestro come Bruno Munari.
    Lui, con progetti come quello alle spalle di “Fuffas” , la Falkland, ha tracciato un linea netta da seguire per mai perdersi nei mille significati della parola Design.

  • You’ve relaly captured all the essentials in this subject area, haven’t you?

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