Written by 10:04 Design, Eventi, Sap!ens

M.A.D.E. me crazy!

La scorsa settimana si è tenuto a Milano il MADE expo, evento fiera con grande eco nazionale ed internazionale che porta a Rho, nelle strutture della fiera di Milano, moltissimi visitatori.

La scorsa settimana si è tenuto a Milano il MADE expo, evento fiera con grande eco nazionale ed internazionale che porta a Rho, nelle strutture della fiera di Milano, moltissimi visitatori.

C’eravamo anche noi. L’entusiasmo che la comunicazione dell’evento fiera ci aveva trasmesso si è, però, immediatamente spento dopo aver visitato il primo padiglione. Infatti, sarò io legato ad una idea di fiera espositiva volta all’innovazione ed alla ricerca di nuove soluzioni, sarà che sono, naturalmente, portato a guardare con occhio critico tutto quello che mi viene proposto, ma la maggior parte degli stand che abbiamo visitato si sono dimostrati copiature e forzature di linguaggi desueti, rielaborazioni forzate e, soprattutto ci hanno dimostrato la distanza delle aziende dal progetto. 

Con questa affermazione non voglio dire che non ci sia progetto in quello che viene prodotto, questo sarebbe impossibile per definizione, ma, bensì, che il progetto ha dei target che non sono quelli dell’innovazione, della ricerca o del nuovo modo di usare un prodotto. Il progetto di queste aziende è mirato al risultato più accettabile, spendendo il meno possibile (sia nel progetto che nella produzione) e sfruttando linguaggi e mercati di cui si ha certezza. Il risultato di un atteggiamento del genere è una intera ed infinita serie di copiature, monotona e noiosa che, come risultato, porta le aziende a vendere il proprio prodotto solo in base al prezzo sul mercato, riducendo l’evento fiera, inteso come momento di scambio di innovazione, di studio dei competitors, eccetera, ad un enorme mercato con rilanci al ribasso.

La mia critica a questo atteggiamento nasce da una considerazione: in un mercato saturo come quello che viviamo, quanto è giusto continuare a competere sui prezzi svuotando il progetto del proprio valore e quanto, invece, potrebbe essere produttivo ridurre i propri numeri di produzione a favore di una maggiore attenzione all’innovazione, alla ricerca ed al progetto? Ritengo, infatti, che questo atteggiamento, oltre a penalizzare la cultura del progetto ed i progettisti, non permetta alle aziende di crescere, ma solo di sopravvivere con grosse difficoltà.

Per questo mi torna in mente il coraggio dimostrato dalle grandi aziende che hanno fatto del design italiano l’icona riconosciuta oggi. Aziende che, rischiando molto rispetto ai mercati, hanno accettato una sfida che le ha premiate, perché capaci di guardare al futuro e non alla sopravvivenza. Certo, qualcuno mi dirà che il periodo non è dei migliori, eppure sono convinto che non c’è periodo migliore per rischiare e cambiare qualcosa. Il periodo di crisi, da che mondo è mondo, è stato sempre foriero di trasformazioni, che siano state culturali, produttive o sociali, ma, ad attuare queste trasformazioni sono state sempre persone o gruppi di coraggiosi, i quali, rischiando il proprio, hanno messo in gioco la loro passione per uscire, innovando, dalla crisi che vivevano.

Alcuni di questi coraggiosi, per fortuna, li abbiamo incontrati, quasi per caso, in una caccia al tesoro all’interno dei padiglioni ma…dove sono finiti tutti i coraggiosi imprenditori italiani?

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