Written by 23:40 Design, Interior Design

Show Me How

Cose che non sai di avere in casa. Ad esempio una cinquantina di fascicoli di “Così. Guida pratica con tante idee per la casa”, versione italiana di “Show me how” edita da lla I.G.D.A Novara tra il 1985 e il 1986. Very vintage. Si tratta infatti di una enciclopedia pop di tutto ciò che bisogna sapere sulla domesticità intesa nel senso più ampio dal cucito al bricolage, una raccolta di consigli pratici su come fare le pulizie, come riparare un mobile danneggiato, come sturare un tubo intasato, come verniciare una parete, in pratica un pezzo di storia della cultura del Do It Yourself, termine nato attorno agli anni ’50 “used to describe building, modifying, or repairing of something without the aid of experts or professionals” (http://en.wikipedia.org/wiki/Do_it_yourself)

In altre parole si tratta della capacità di sapersi “occupare” degli aspetti materiali della nostra quotidianità, il che implica il fatto di possedere delle nozioni di tipo teorico su come sono fatte e/o funzionino gli oggetti che ci circondano, oltre ad una dose di creatività e buona manualità. Putroppo però, come sostiene il filosofo Alan Watts

Our educational system, in its entirety, does nothing to give us any kind of material competence. In other words, we don’t learn how to cook, how to make clothes, how to build houses, how to make love, or to do any of the absolutely fundamental things of life. The whole education that we get for our children in school is entirely in terms of abstractions. It trains you to be an insurance salesman or a bureaucrat, or some kind of cerebral character.

(da “Houseboat Summit”, edizione del 1967 del San Francisco Oracle).

Probabilmente proprio per questo motivo oggi spopolano le rubriche sul DIY nei più disparati campi, certamente anche come conseguenza di una crisi economica che sta facendo ripensare radicalmente il concetto di usa-e-getta a favore di una mentalità più attenta al riuso e alle ragioni della sostenibilità ambientale. Tuttavia c’è un aspetto che accomuna la cultura del DIY all’innovativo concetto dell’Open Peer-to-Peer Design e in particolare a quello, suo derivato, di Creative Community (www.openp2pdesign.org). E cioè il fatto di auto-organizzarsi per risolvere dei problemi specifici che né il mercato, né le istituizioni sono stati capaci di risolvere, per cui si fa a meno di “experts or professionals” e per mezzo di una rete paritaria (peer-to-peer) priva di gerarchie, aperta a tutti e in cui si riconoscono le competenze dei singoli “nodi” e in cui vengono valorizzate le peculiarità dei partecipanti, è possibile portare avanti dei progetti capaci di risolvere determinate questioni. Un tale approccio ha un forte impatto non solo a livello individuale ma anche a livello sociale e politico in quanto fa appello alla responsabilità individuale. Ma al di là di ciò, la questione che mi pongo riguarda il ruolo del progettista in quanto “esperto e professionista” di un dato settore in relazione ad una visione DIY/Creative Community. Potrebbe essere sicuramente uno dei nodi del network e mettere a disposizione le proprie conoscenze. Oppure, come sostiene Massimo Menichinelli:

Design could support the emergence and diffusion of the creative communities providing them products, communication tools, services and strategies that can help them doing their activities”.

Una conferma a questa visione, a mio avviso, viene anche dal documento pubblicato di recente dal RIBA intitolato Good Design: it all adds up (http://www.architecture.com/Files/RIBAHoldings/PolicyAndInternationalRelations/Policy/Gooddesignitalladdsup.pdf) in cui vengono illustrati i benefici di una buona progettazione applicata agli spazi pubblici, alle scuole, agli ospedali, all’housing, agli uffici. Sebbene il documento si riferisca soprattutto all’aspetto economico della progettazione rivendicando il ruolo fondamentale dell’architetto, non c’è dubbio che ambienti pubblici e privati ben progettati siano una infrastruttura importante al servizio della comunità. Se da un lato l’immagine dell’architetto demiurgo è totalmente fuori dalla realtà, tantomeno si può pensare di dare “biographical solution of systemic contradictions” (U. Beck, Risk Society). Il network design è lo strumento che consente di valorizzare le diversità ma solo a condizione di porsi in maniera costruttiva e senza preconcetti: show me how.

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